Costantinos Kavafis: "Nato in Alessandria d'Egitto, in una casa della via Cherif" - Articolo di Lavinia Capogna
Costantinos Kavafis: "Nato in Alessandria d'Egitto, in una casa della via Cherif"
Articolo di Lavinia Capogna
(Inizio 2000/rielaborato 2026)
Constantinos Kavafis è uno dei più grandi poeti moderni. Era nato nel 1863 ad Alessandria d'Egitto "in una casa della via Cherif", come scrisse in un appunto autobiografico.
La sua famiglia era greca e quando lui era un bambino si trasferì in Inghilterra. Nel 1869 morì il padre e dopo alcuni anni di viaggi tra la Francia, Constantinopoli (l'odierna Istanbul) e la Grecia, Constantinos e l'amata madre fecero ritorno nella vivace città egiziana.
Fu così che l'adolescente si trovò a vivere in una città di mare, meta di viaggiatori ed emigranti in cerca di fortuna, un felice punto di incontro tra persone di diverse culture.
In Europa, in campo poetico, dominavano i Decadenti francesi, in Egitto vi era la grandissima e mirabile tradizione della poesia araba e per ragioni familiari era vicino anche alla poesia ellenica di Omero, Saffo, Alceo, Anacreonte.
Impiegato per tutta la vita in un ufficio del ministero dei lavori pubblici d'Egitto, coltivò quasi segretamente il suo amore per la poesia.
In vita editò solo due raccolte, esili numericamente, nel 1904 e nel 1910.
Spesso donava le sue poesie agli amici, a volte le raccoglieva in pagine che rilegava lui stesso o le incollava su quaderni.
Morì nel 1933, il giorno del suo settantesimo compleanno: il 29 aprile. Un caso o un destino che è capitato ad altri, tra i quali Raffaello Sanzio, Ingrid Bergman e recentemente Gigi Proietti, e in cui il suo traduttore Nelo Risi vide quasi un simbolo.
Nel 1935 una casa editrice di Alessandria pubblicò la sua opera omnia: 150 liriche.
In Italia dal 1919 erano state pubblicate poche poesie di Kavafis su riviste specialistiche: aveva parlato di lui il pessimo Marinetti e tempo dopo Ungaretti, Montale, Caproni.
È stato poi tradotto dal bravissimo regista Nelo Risi (sue le traduzioni in questo articolo).
Alcuni hanno paragonato le liriche del poeta greco a quelle dell'Antologia Palatina, la preziosa raccolta di 3.700 epigrammi di poeti dal IV secolo a.C. al VI secolo d. C.
I temi principali della poesia di Kavafis sono il ricordo, la nostalgia, la vita che sfugge, l'amore omosessuale, l'ironia, il disincanto, la morte, la compassione.
Al centro delle sue poesie vi sono sempre uomini e donne con i loro sentimenti, i loro dilemmi, la loro umana pietà.
La bellezza delle sue liriche è stupefacente, con poche, scarne parole egli sa evocare un mondo.
Un amico lo immaginò nella Venezia dei Dogi o nella Roma del potere assoluto del papato, immerso nei più misteriosi intrighi, talmente forte era il suo carisma nel raccontare, grande la sua cultura classica e storica.
Spesso egli rimpiangeva di vivere relegato in quella città di mare, certo affascinante e colma di mistero ma per lui anche monotona e che non lasciò mai:
"Per altre terre andrò per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento
dove il mio cuore come un morto sta sepolto
ci sarà pure.
Fino a quando patirò questa mia inezia?"
(da: "La città").
Chi non ha desiderato almeno una volta nella vita di fuggire in un luogo nuovo, di crearsi una vita nuova seppure solo in sogno o nell'immaginazione? Spesso il poeta si sentì prigioniero, isolato:
"Senza riguardo senza pietà senza pudore
mi drizzarono contro grossi muri.
Adesso sono qua e mi dispero.
Non penso a altro: una sorte tormentosa;
con tante cose da sbrigare fuori!
Mi alzarono muri, e non vi feci caso.
Mai un rumore una voce, però, di muratori.
Murato fuori del mondo e non vi feci caso".
Sul tema della morte è famosa la lirica "Nel mese di Athyr", in cui egli tenta di decifrare la pietra tombale di un ragazzo cristiano morto ad Alessandria in epoca bizantina. Dalle poche parole che riesce faticosamente a leggere comprende che il giovane fu molto amato.
In questa, come in altre liriche, l'emozione è immediata: il fatto che il defunto era giovane e la rivelazione che fosse molto amato crea un coinvolgimento emotivo e contrappone in poche, sobrie parole l'amore e la morte.
Di straordinaria bellezza è anche la famosa "Itaca", in cui Kavafis conversa tranquillamente con il lettore, inducendolo al viaggio verso Itaca ed evocando, con splendore tutto mediterraneo, mattine d'estate, mercati fenici in cui si commerciano madreperle di corallo, di ebano, d'ambra e alla fine conclude:
"E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare".
Itaca, l'isola di Ulisse, diventa metafora della vita stessa in cui ciò che conta non è tanto la meta ma il viaggio.
Non dobbiamo però pensare al poeta come ad un eterno pessimista, una grande ironia emerge dalle poesie ispirate all'età greca e latina, come in quella in cui i Romani aspettano ansiosamente i barbari, o un'altra in cui un perverso Nerone trentenne, avendo saputo da un oracolo che la sua vita è legata al numero 73, si illude di vivere a lungo.
73 sono invece gli anni di Galba che dalla Spagna trama contro l'imperatore.
Molte poesie trattano dell'amore omosessuale.
Kavafis era gay e non lo nascose agli amici, a cui faceva dono delle sue poesie. Molto bella è la lirica "Giorni del 1896" che inizia con:
"Si lasciò andare totalmente. Un'amorosa inclinazione
tanto vietata e disprezzata tanto
(eppure innata) fu all'origine: troppo virtuosa la società
e ridicola all'eccesso".
Assai struggente è la poesia in cui il poeta ricorda il suo primo rapporto amoroso e in cui contrappone la misera locanda in cui si trova e la scoperta dell'amore.
Spesso l'amore è per Kavafis amore fuggevole, quasi rubato, attrazioni improvvise come qui: un impiegato, pagato solo otto sterline al mese extra compresi, girovagando per i poveri vicoli del suo quartiere intravede un commesso in un modesto negozio di stoffa. Tra i due giovani vi è una fascinazione reciproca, timidamente espressa attraverso gli sguardi mentre fingono di esaminare le stoffe.
"Questo ricordo lo vorrei raccontare...
Ma così, si è già spento... non resta quasi niente
perché lontano, ai miei primi anni verdi sta.
Pelle come se fatta di gelsomino...
Era agosto - di agosto ? - quella sera...
Ricordo appena gli occhi: erano, credo, blu...
Ah sì, di un blu zaffiro".
Questa poesia, intitolata "Lontano", riprodotta integralmente, è costruita in modo simile ad un crescendo musicale: dapprima vi è la smemoratezza, poi il ricordo del mese, poi il sorgere del dubbio e infine l'affermazione certa: "Ah sì, di un blu zaffiro".
I lettori possono in tal modo seguire passo passo il procedimento mentale ed emotivo del poeta. Chiaramente l'indugio iniziale e l'affermazione finale sono elementi di sapienza poetica.
"Prima che il tempo li guastasse" racconta invece di due giovani innamorati, uno dei quali è costretto ad emigrare verso l'America. Nonostante la sofferenza vi è una compensazione: entrambi si ricorderanno per sempre com'erano a ventiquattro anni.
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