"Antonia Pozzi, l'amore infranto" - Articolo di Lavinia Capogna
Antonia Pozzi, l'amore infranto
Articolo di Lavinia Capogna
"J'avais vingt ans. Je ne laisserai personne dire que c'est le plus bel âge de la vie".
(Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che è l'età più bella della vita)
Paul Nizan, incipit del romanzo "Aden Arabie" (1932).
"Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia (...)"
Antonia Pozzi
Dalle foto scolorite in bianco e nero ci giunge l'immagine di Antonia Pozzi come quella di una ragazza delicata, dal sorriso gentile, in alcune foto molto intensa, possiamo quasi immaginarci la sua voce (flebile? sonora?) con un leggero accento milanese.
Poi apriamo il suo libro, postumamente intitolato "Parole" e leggiamo:
12 maggio 1933
"Ciascuno la propria tristezza se la compra dove vuole
anche in una bottega nera austera
tra libri impolverati
che si liquidano a prezzi dimezzati
libri inutili
tutti i TRAGICI GRECI
ma se il greco non lo sai più
mi sai dire perché li hai comprati?
libri inutili
POESIE PER I BAMBINI
coi fantoccini colorati
ma se non hai bambini
tu mi sai dire perché li hai comprati?
se non avrai dei bimbi mai più
mi sai dire per chi li hai sciupati i tuoi soldi.
Ciascuno la propria tristezza
se la compra dove vuole,
come vuole
anche qui."
Antonia Pozzi aveva solo 21 anni quando compose questa splendida poesia così matura e perfetta nello stile e nel significato.
Scriveva poesie a mano in quei quaderni con le copertine nere e la carta un po' ruvida del tempo in una chiara calligrafia. E così scopriamo che quella signorina spersa per le vie di Milano - una Milano con vecchi negozi, botteghe, vetrate appannate, lampioni, una folla che camminava, quasi nessuna macchina, un'intensa vita laboriosa, con la sua luce grigia e la nebbia sui Navigli ancora non interrati dal fascismo - era una grande poeta.
Chi avrebbe potuto sospettarlo?
Le prime liriche conosciute risalgono al 1929 quando aveva soli 17 anni ma già si ritrova una forza poetica, un pathos e una malinconia che li percorre, una descrizione mai scontata della natura.
Anche io avevo notato ciò che la poeta Antonella Anedda ha saputo esprimere acutamente: "Raramente Pozzi dice genericamente "alberi", scrive invece: pioppi, olmi, pini, tigli, pioppi, larici, faggi".
In numerose poesie vi sono descrizioni della natura con una percezione sottile, non le solite liriche campestri intrise di retorica ma quelle di ampi spazi quasi selvaggi, imprevedibili, che nella luce della sera diventano quasi inquietanti come la brughiera di Emily Brontë.
Antonia fu anche appassionata di alpinismo e raccontò di una scalata notturna in cui aveva visto l'alba da una vetta.
La sua è una poesia in antitesi con quella in voga all'epoca. Persino il suo professore universitario, lo stimato Antonio Banfi (con cui si era laureata con il massimo dei voti con una tesi su Flaubert) al quale aveva sottoposto alcune liriche le sconsigliò di dedicarsi alla poesia e altrettanto fece il filosofo Enzo Paci.
Nonostante la grande delusione e le lacrime Antonia non si lasciò depistare. Pensò, negli ultimi anni della sua vita, di dedicarsi anche alla prosa componendo abbozzi di un romanzo storico, ambientato nella seconda metà del 1800 nella campagna lombarda ispirato all'amata nonna.
Per quanto Antonia provenisse da una famiglia benestante, il che le diede la possibilità di studiare, di avere un palco alla Scala e l'educazione di una ragazza di "buona famiglia": lo studio del pianoforte (amava molto la musica), il francese, l'equitazione non era una famiglia veramente felice: il padre, ex reduce, avvocato, podestà fascista nella cittadina di Pasturo, vicino Lecco, dove avevano una villa fu un genitore autoritario ed ebbe un grosso peso sulla sua vita (come vedremo), la madre era un'aristocratica proveniente da una famiglia di proprietari terrieri, di cui rimane un'immagine un po' vaga.
Non era facile essere ventenni negli anni Trenta in quell'Italia grigia, nella violenza quotidiana del fascismo al massimo del suo consenso e pronto ad un colonialismo brutale. La popolazione, tutta sotto controllo, doveva solo ubbidire e tacere.
Il fascismo fu anche il trionfo del maschilismo. Le donne non contavano nulla, era mal visto che una borghese lavorasse eccetto che non fosse maestra. Gran parte delle professioni erano inaccessibili alle ragazze. Vi erano regole sociali ben precise. Era raccomandata la modestia, il bon ton, l'obbedienza al padre, la castità, sposarsi era la massima aspirazione, quasi un dovere.
Le donne erano viste come emotive, infantili, incapaci di badare a sé stesse, bisognose della guida di un "uomo forte".
Nel famigerato Codice Rocco approvato nel 1930 divennero legge il matrimonio riparatore e il delitto d'onore.
L'analfabetismo era altissimo sia tra donne che uomini, il paese era prevalentamente agricolo, andavano in città balie, sartine, ricamatrici, pettinatrici, cameriere.
Milano e Torino erano le due città più industrializzate: c'erano le ditte Caproni e Breda, specializzate in materiale ferroviario, l'Isotta Fraschini e l'Alfa Romeo per le macchine che facevano concorrenza alla Fiat ed infine la Pirelli. Vi era dunque un alto numero di operai e storici quartieri "rossi" seppure obbligati, per il momento, al silenzio, come Porta Romana e Lambrate.
Venne modificata la città, costruita la Stazione Centrale e alcuni palazzi, buttati giù storici vicoli.
"ll vero amore è dei poveri" scriveva Vasco Pratolini. Le ragazze del popolo potevano infatti sposare un ragazzo di cui erano innamorate, il che purtroppo era meno frequente nella media o alta borghesia dove si combinavano matrimoni basati prevalentemente sul censo e sulla classe sociale.
Persino una donna emancipata come Maria Montessori, medica e grande pedagogista, trent'anni prima (ma in questo la società non era cambiata) aveva dovuto celare di essere una madre nubile.
Nel 1927, a 15 anni, Antonia si iscrisse al liceo Manzoni. In una lettera descriveva alla nonna, nel suo stile colto ed immediato, vivace e affettuoso, inframmezzato da qualche parola in dialetto, il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi. Un docente di Sassari di 34 anni che insegnava a Milano. Una piccola foto lo ritrae con un'aria seria e distinta, era un entusiasta che sapeva conquistare l'attenzione degli allievi, prestava o regalava loro libri, stimolava la riflessione.
In questo primo accenno lei lo definiva "un topo di biblioteca" ma traspare ammirazione e simpatia.
Nel 1928 egli sarà trasferito a Roma dove insegnerà in altri licei. Per Antonia il suo trasferimento fu una notizia devastante. Lui aveva alimentato la passione di Antonia per la letteratura. Più tardi lei si occuperà anche di un autore ribelle come Aldous Huxley.
Lei e Cervi rimasero in cortese contatto epistolare, dandosi del lei, lui diceva che lei avrebbe sempre potuto contare sul suo fraterno aiuto ma nel 1929 si innamorarono.
Si vedevano raramente ma Antonia, 17 anni, scriveva: "Tu sei veramente l’angelo della mia vita. Piccolo, io non avevo mai baciato nessun uomo prima di te".
Naturalmente il loro amore non poteva andare oltre qualche bacio, un vagheggiato più che reale fidanzamento (che allora voleva dire un impegno matrimoniale), il desiderio di un figlio.
Il tema del figlio tornerà in modo struggente in varie sue poesie e molte liriche sono dedicate al suo ex professore.
Era abbastanza frequente che una adolescente si invaghisse di un docente e, non a caso, nel 1941 verrà realizzato un film di gran successo, interpretato da Alida Valli, su una situazione analoga, "Ore 9, lezione di chimica".
Ma quando nel 1931 il padre di Antonia scoprì questa "relazione" si infuriò: Cervi non solo era molto più grande di sua figlia ma soprattutto era povero e meridionale (andava in giro con un cappotto leggero con le tasche rotte sotto la neve - raccontava Antonia in una lettera).
Per separarli convinse Antonia a fare un lungo viaggio a Londra e dintorni per studiare l'inglese.
Tuttavia lui la raggiunse brevemente a Londra.
Nel 1933 lei scrisse a Cervi: "(...) di nuovo mio padre minacciava di venirti a cercare a Roma, di sfidarti a duello e tante mai altre cose spaventose – ed io vi credetti, povera, stupida bambina, vi credetti come l’altra volta – e fu per paura, per paura soltanto che pensai di cedere… Parole, parole, parole – tante parole grandi e belle – per coprire tante meschinità ignobili (...) la rinuncia, sì – la rinuncia (...)".
Cervi ne fu risentito, l'accusava di non essere stata sincera, trovava un divario tra lui, cattolico fervente, e lei che non pensava a questioni religiose.
Per Antonia la separazione definitiva fu un grande dolore, aveva amici, faceva vita mondana, nuotava, giocava a tennis, viaggiava all'estero (cosa insolita allora), frequentava Grand Hotel, località di gran moda come Viareggio, studiava molto ma nelle poesie ricorreva il tema della morte come quiete, oblio, pace.
La futura scrittrice Maria Corti che l'aveva conosciuta all'università la descrisse poi come sensibile e con una intelligenza filosofica.
Ho il dubbio che sensibile stia per ipersensibile.
Aveva trovato lavoro come insegnante di materie letterarie in una scuola e faceva volontariato per aiutare le persone indigenti.
Nell'autunno del 1938 vennero promulgate le leggi contro gli ebrei. Antonia ne restò scioccata ed era assai preoccupata per Paolo Treves, un suo buon amico, figlio di un ex deputato socialista e di madre ebrea.
Dal 1937 aveva fatto amicizia con un ragazzo completamente diverso da Cervi, di nome Dino Formaggio, che in seguito avrebbe partecipato alla Resistenza e sarebbe diventato un noto critico d'arte
Di famiglia contadina, adolescente era andato a lavorare in fabbrica, aveva dato in un anno l'esame di cinque anni di liceo!
Si conobbero all'università. Come si legge in una delle ultime lettere lei si sentiva trattata alla pari da lui.
Andavano in bicicletta, facevano lunghe passeggiate, si scrivevano.
Antonia fotografava, con talento, contadini, povera gente, paesaggi e gli donò numerose foto.
Dino rappresentava l'avvenire, il futuro, il mondo nuovo.
Antonia si innamorò di lui.
La sera prima del suo suicidio, ad un concerto, avvenne tra di loro una discussione, probabilmente lei gli rivelò il suo sentimento ma lui le fece capire che non era reciproco.
Il giorno dopo, il 2 dicembre 1938, si recò alla scuola per tener lezione. Ad alcuni allievi parve turbata. Poi chiese di uscire prima dell'orario perché non si sentiva bene
Raggiunse l'abbazia di Chiaravalle dove era stata un giorno con Dino.
Si distese sul campo pieno di neve e ingerì un'alta dose di barbiturici.
Dopo un po' un contadino la vide, venne portata in ospedale ma le sue condizioni erano disperate. Il 3 dicembre morì a casa sua. Aveva solo 26 anni.
Il suo fu un atto forse impulsivo ma anche premeditato perché lasciò tre biglietti:
"Dino caro, sono venuta a morire in un luogo che mi ricorda la nostra gioia di un’ora: giugno, mezzogiorno, abbazia di Chiaravalle e papaveri in fiore.
Chiudo gli occhi con quell’immagine stretta al cuore – Anche tu ricordami solo col volto di allora. Addio."
Ufficialmente venne detto che fosse deceduta per una polmonite. Furono pubblicati trafiletti che menzionavano "una straziante malattia".
Durante il ventennio era proibito pubblicare articoli sui suicidi.
Venne sepolta a Pasturo. La villa di famiglia è oggi un museo così come la casa di famiglia in via Manzoni a Milano.
Nel 1939 il padre fece pubblicare un'edizione fuori commercio, intitolata "Parole", con 91 poesie delle circa 300 scritte dalla figlia.
Alcuni versi vennero tagliati o modificati da lui così come lettere e diari.
Nel 1943 venne edita una nuova edizione Mondadori con 157 liriche, nel 1948 una terza con una Prefazione di Eugenio Montale.
Tuttavia si dovette attendere l'edizione Garzanti del 1989 per averne una fedele ai testi originali.
Dagli anni '80/90 Antonia Pozzi è stata riscoperta, numerose le opere su di lei tra i quali la biografia di Graziella Bernabò, i testi di Alessandra Cenni, Paolo Cognetti, le parole accorate di Eugenio Borgna. Sono stati realizzati un film e un paio di documentari su di lei.
Antonia Pozzi fa parte del numero non piccolo di poete che si sono suicidate tra le quali Alfonsina Storni, Marina Cvetaeva, Karin Boye, Sylvia Plath, Alejandra Pizarnik, Anne Sexton, Amelia Rosselli (che, detto per inciso, ho conosciuto) - solo per citare le più famose.
Ciò che conquista è la sua incredibile modernità e il suo talento. Ciò che addolora è la sua morte e i suoi sentimenti mandati in frantumi dai tre uomini della sua vita: il padre che temeva l'opinione pubblica e che le impedì di essere libera, il professore che non ebbe il coraggio di proporle una scandalosa ma liberatoria fuga, l'amico che non vide in lei una compagna.
.......
Nota:
Ringrazio Mara Mattavelli, poeta lombarda, per la sua collaborazione nel ricercare informazioni sulla Milano dell'epoca.
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